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29 Novembre 2011
Posted in
CAJENNE
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Articolo apparso su PlayTuscia n.6 Una delle voci più belle d'Italia nacque a Viterbo, cinquantaquattro anni fa. Oggi, quella stessa voce, proviene da un uomo elegante, gentile, affabile. Stefano Nazzaro, il primo ospite di Play Tuscia che fissa l'appuntamento alle nove del mattino, arriva puntuale, sorridente e con modi signorili, per raccontarci la sua storia.>Il suo sogno era diventare pilota di aerei, ma non ha potuto neanche provarci a causa di una vista non perfetta. A tredici anni, per puro caso, ritrovò due walkie-talkie, regalo ricevuto per il giorno della befana di sei anni prima. "Così, per giocare" racconta Stefano "li ho accesi e sono rimasto sorpreso perché riuscivo a captare le frequenze dei radioamatori. La sorpresa più grande, però, è stata quando ho parlato nel walkie-talkie e qualcuno mi ha risposto. Così è iniziata la storia tra me e la radio." Dopo il Liceo Classico, Stefano Nazzaro si iscrisse alla facoltà di ingegneria ma ormai la passione per la radio e per la comunicazione in generale era totale. La spinta a continuare in quella direzione, dunque, lo portò ad interrompere gli studi per tentare di trasformare la passione in mestiere. Dieci anni dopo il ritrovamento dei walkie-talkie, dopo il primo contatto con il microfono a Radio Viterbo, Stefano partecipò al concorso per annunciatore Rai. Su settecento partecipanti si posizionò al sesto posto, risultando idoneo ed iniziando così la strada che lo avrebbe portato a diventare una delle voci più importanti d'Italia. Gli inizi, però, si sa che non sono facili. Cominciò con qualche comparsata nei programmi radiofonici della Rai, trasmettendo all'alba su Radio1 e presentando brani classici in un programma di Radio3. Capitava anche che fosse chiamato per sostituire colleghi assenti dalla conduzione del Giornale Radio; così, quando uno di loro andò in pensione, il GR passò a lui, e lì rimase per sei anni. Nel 1984 la sua voce approdò anche al piccolo schermo, occasionalmente, al Tg2. Quattro anni dopo fece il provino video per entrarvi a tempo pieno e ottenne il un periodo difficile. Il lavoro diminuì al punto che iniziarono a balenargli per la testa domande sul futuro. "Nel 1990, il Tg2 aveva cinque speaker e un centinaio di giornalisti. Era ovvio che prima o poi avrebbero iniziato a premere per avere più visibilità, così alla fine il lavoro in video per gli speaker sparì del tutto." Tra il 1990 e il 1995, Stefano cercò nuovi contatti ed iniziò a lavorare per tutte le reti televisive della Rai. Da allora ha lavorato praticamente con tutti i principali programmi TV. Con Piero Angela, Fiorello, Malgioglio, Lineablu, Geo&Geo, Porta a Porta e altri. Da dieci anni è la voce guida di Voyager. "Le cose sono cambiate parecchio, oggi, rispetto a vent'anni fa. La figura dell'annunciatore e dello speaker tende a mescolarsi con altre professioni. È molto probabile che in questo momento stiate parlando con l'ultimo speaker televisivo della Rai." "Com'era la tua voce a vent'anni, quando hai cominciato?"Non era assolutamente come adesso. A vent'anni avevo una voce normalissima, era la voce di un passante come chiunque. Sono stati i miei maestri a rendermi quello che sono. Erano dei veri mostri. In passato gli annunciatori avevano un ruolo preponderante in radio e televisione. Pensate che negli anni 70-80 i soli annunci delle "signorine buonasera" coprivano più del 10% della programmazione. Mi hanno aiutato a crescere Annarita Varischi, Piero Bernacchi, Paolo Testa, Ughetta Lanari e, in modo particolare, Luciano Alto che mi offrì addirittura ospitalità a casa sua, a Roma, per evitarmi di fare avanti e indietro da Viterbo. "E come si diventa speaker o annunciatore? Cosa serve oltre ad una bella voce?"
Si studia tantissima dizione. Anche perché, al di là dell'uso discutibile che se ne fa oggi, per decenni la televisione ha contribuito a diffondere la lingua italiana in una penisola in cui l'analfabetismo era ancora altissimo. Poi si educa la voce, si studia la fonetica delle principali lingue europee. E soprattutto si pensa al modo migliore di porgere ai nostri ascoltatori quello che diciamo. Anni fa il mio era considerato un lavoro d'élite, adesso è un po' più simile all'essere un "operaio della voce". Pochi pensano che questo mestiere possa essere stancante, ma lo è. Vi assicuro che dopo trent'anni e migliaia di pagine lette, la mia voce è stanca. Se questo è il tuo mestiere, però, non esiste raffreddore o raucedine, devi comunque dare un risultato di qualità. Esistono esercizi anche per questo. |
"Qual è stato il momento del tuo lavoro che ti è piaciuto di più?"Beh, c'è stato un momento in particolare che è stato bellissimo. Sono stato il primo in assoluto a dare al giornale radio la notizia che avevamo vinto il campionato mondiale di calcio nel 1982. Il lavoro più interessante, però, è stato quando ho prestato la voce per una serie di trasmissioni che parlavano di filosofia, in onda su Rai Educational. Parlavo sulla voce di grandi filosofi stranieri, per tradurre in italiano, e così in un certo senso entravo nelle loro idee. In quell'occasione c'è stato un aneddoto divertente che posso condividere con voi. Quando si fa un oversound (ovvero quei doppiaggi sugli stranieri in cui si sente a basso volume la voce originale), pur non conoscendo la lingua si trovano di tanto in tanto parole riconoscibili, punti di riferimento indispensabili per seguire il discorso. Quella volta ho dovuto parlare per cinquanta minuti anche sulla voce di un filosofo cinese. Un incubo. Non c'era una sola parola riconoscibile in tutto il testo. Un lavoro che ritengo ormai del tutto inutile e noioso, invece, è la lettura dei numeri del lotto. "E cosa ci dici sulla persona Stefano Nazzaro? Cosa fai quando non lavori?"Mi piace stare con i miei figli, Pierluigi, Emanuele e Alberto. Poi amo profondamente la mia terra. La Tuscia è qualcosa che moltissimi residenti non immaginano neppure. Penso sia una delle zone più belle d'Italia, sia come paesaggi che come storia. Per passione personale scrivo documentari su tutto ciò che nella Tuscia non fa parte del circuito turistico. Un esempio? Ci sono grotte preistoriche che nessuno conosce o le rovine della città rinascimentale di Castro, sperdute in mezzo ad un bosco. La città fu distrutta per una lotta tra famiglie ed ora, in mezzo agli alberi, si possono ancora vedere i resti di bellissime chiese e dell'antica zecca dove si batteva moneta. Il compito di chi oggi è padre è anche trasmettere ai propri figli l'amore per la propria terra, perché la rispettino, la proteggano e la valorizzino. La Tuscia non ha bisogno di turisti ma di viaggiatori, di visitatori di qualità che sappiano ascoltare ciò che un luogo può dire. La fortuna della Tuscia è fuori dai grandi circuiti di curiosi. È una terra che va tutelata e protetta.
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